Spiritualità

“In Cruce Oro et Pugno”

Servo di Dio Mons Giuseppe CanovaiDon Giuseppe Canovai fu un prete romano. Strinse con la sua amata città una relazione di proficuo scambio. Roma fu il luogo in cui nacque e si formò culturalmente, che gli infuse lo speciale vincolo d’amore al Romano Pontefice e di obbedienza, in lui, alla Chiesa Cattolica, che gli trasmise il caratteristico stile, il vivo spirito e lo schietto tratto. Come la transitoria Roma divenne Città Eterna sul sangue dei martiri così don Giuseppe, unendosi all’offerta del sangue di Cristo sulla croce e consumandosi nel servizio alla Chiesa e ai fratelli, visse coerentemente come “alter Christus” aprendo la sua vita terrena all’eternità del suo sacerdozio.

In Canovai ritroviamo il paradosso possibile della santità: il temporale si fa luogo dell’infinito, la sofferenza e il dolore si fanno dono gioioso, la schiettezza e l’allegria dei rapporti celano il sacrificio consumante dell’amore. La spiritualità di don Giuseppe la si può comprendere dalle carte ritrovate dopo la sua prematura nascita al cielo: nei suoi appunti spirituali, scritti teologici, epistolari, ma soprattutto nel suo denso e meraviglioso diario. In essi emerge un’anima eccezionalmente protesa all’imitazione di Cristo, specialmente nel mistero salvifico della croce, in misura traboccante e mistica che egli celava gelosamente in quel santo pudore delle cose di Dio.

La sua vita spirituale diviene molto presto intensa soprattutto grazie al sostegno della paternità spirituale del Padre Enrico Rosa S. J. guida e amico di sempre. Fin dalla prima comunione il Padre Rosa lo segue con amore ed intelligenza vedendo nel giovane Giuseppe l’azione della Grazia rifrangersi come in uno spettro. Fin da adolescente percorre, nel segreto, la via della penitenza e della mortificazione, nelle relazioni la via dell’allegria e della letizia coinvolgente e contagiosa. Nella religiosa obbedienza si laurea in Giurisprudenza, Filosofia, Teologia e Diritto Canonico impegnandosi nello studio con spirito di sacrificio e di offerta di sé al Signore.

Nelle letture spirituali predilige fin da subito le vite dei santi che presentavano una volontà fortemente temprata e un cuore appassionato all’ideale cristiano. Fra tutti si sentì fortemente avvinto dalla figura di Sant’Ignazio che amò sempre come modello di vita e di sacerdozio. Scoprì presto anche le figure dei santi mistici che l’aprirono alla contemplazione e all’unione con Dio. Dalle numerosissime letture spirituali ben presto si rese conto che doveva fissare il cuore in Cristo per ottenere la vera gioia e, nella docilità alle indicazioni del Padre spirituale, a questo ideale si dedicò completamente.

diario-canovai-sangueSentì radicale in lui il desiderio alla santità che cercò di perseguire nella concretezza della realtà quotidiana, con la bruciante preoccupazione di non perdere il tempo donatogli da Dio. Era solito ripetere: “Non è degno di ricevere da Dio il grande dono del tempo chi non si sforza, con tutte le sue energie, per consacrarlo nella sua pienezza alla preghiera, al lavoro, al servizio”. Considera il tempo donatogli come un susseguirsi continuo di occasioni per relazionarsi con il Signore: in ogni istante ed in ogni opera è nascosto un nuovo donarsi di Lui e un nuovo offrirsi di noi. Geloso del suo tempo, attentissimo all’impiego che ne faceva, puntuale nel renderne conto, nei suoi esami di coscienza schematicamente registrati nel diario, don Giuseppe visse le sue giornate in un ardente slancio paolino: “Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta” (1Cor 9,26).

Sebbene la sua salute gli chiedesse di rallentare il ritmo, di concedersi rilassamento e distensione, egli reagì sempre, quasi impazientemente, percorrendo una vita ascetica saldamente ancorata alla meta da perseguire. Nonostante ciò non considerò mai sciupato il tempo che gli veniva “rubato” nelle numerose visite, talvolta importune, di chi bussava alla sua porta. In esse si donava completamente sul modello del dono di Cristo e con gli occhi dell’anima ben fissi alla  meta.

La sua vita spirituale è tutta tesa a forgiare la volontà e ad aprirsi all’azione della grazia. Il suo correre verso  la meta della santità segue il percorso del principio ignaziano: si deve agire con totale l’impegno e forza, come se tutto dipendesse da noi, ed insieme confidare radicalmente nella grazia, come se ogni successo non dipendesse che da questa sola. Ricchissimo di sentimento riuscì ad essere equilibrato e non cadere nel sentimentalismo spirituale. Non misurò mai il suo progresso dall’intensità sentimentale delle consolazioni interiori, ma solo dalla fedeltà  e dalla generosità con cui la volontà si consumava nella propria offerta della preghiera, nel lavoro per il bene delle anime, nella custodia della purezza della coscienza… tutto è uno studio ad evitare ciò che rallenta la sua unione con Dio. A tal fine si esamina fino all’inverosimile giorno per giorno, azione per azione per verificare la perfetta purezza delle intenzioni e la fedele intensità dell’offerta di sé.

In queste attenzioni si intravede la meditazione della regola della Compagnia di Gesù in cui Sant’Ignazio presenta il quadro dell’ascetica come trampolino di lancio per le anime che il Signore chiama alle non comuni vie della mistica.rigenerante vita di santità. Lì dove il servo di Dio non si concedeva riposo la Grazia divina si faceva fonte di ristorante pace, lì dove si consumava nella preghiera, nel lavoro, nel servizio, nel dolore Ella si faceva inconsumabile gioia. Giuseppe Canovai fu preziosissimo aiutante di studio, esemplare dignitario della Curia Romana, speranza eccellente della diplomazia ecclesiastica, studio d’eccezione, conferenziere dotto e persuasivo, ma fu sempre radicalmente ispirato dal solo ed unico anelito di essere e rimanere un umile prete, “solamente prete”.

Servo di Dio Mons Giuseppe CanovaiNell’esercizio del suo ministero prediligeva particolarmente il confessionale. Si esercitava strenuamente alla propria purificazione per dedicarsi debitamente a quella degli altri. Fu ispiratamente pervaso del senso della potestà di rimettere i peccati. Al confessionale e nella direzione spirituale fu sempre di una amabilità veramente paterna, di un amore per il peccatore nell’orrore al peccato  che conquistava e manifestava la virtù raggiunta. L’efficacia del suo apostolato dipendeva tutto dalla grazia e quindi la sua devozione alla Madonna, Mediatrice di tutta la grazia, fu grandissima. Nei suoi scritti, nella predicazione, nelle conferenze e nell’apostolato egli si riferisce alla Vergine in termini di santa e quasi gelosa intimità nella fede di un’anima che sa di appartenerle e che guarda a Lei non solo con devozione ma anche in spirito di emulazione quale modello di ogni virtù.

Il momento più augusto e commovente di questa figliolanza mariana lo scorge là dove la maternità di Maria era stata divinamente proclamata ai piedi della croce. La venera nell’ eccelso titolo di Regina Crucis: “mi è apparsa come l’insuperato modello di chi vuole soffrire soltanto di Gesù… mi è apparsa veramente Regina della Croce, perchè la sua croce era soltanto la Croce del Re”. Così la prega intimamente: “O Maria Regina della Croce, che partecipasti ai dolori del Figlio in una donazione di Te perfettissima, che ti ha fatto con Cristo Regina e Corredentrice delle anime, donami impresso indelebilmente nel cuore il segno della carità dolorante di Gesù, stabiliscimi nella comunione continua al Suo divino tormento, fammi penetrare la realtà vera e continua della sua crocifissione d’amore, fammi sentire il lamento doloroso e continuo del Maestro invisibilmente crocifisso nelle donazioni dell’Ostia e nel mistico corpo della Sua Chiesa. Fa’ che con un amore vigile e desto io sia nel mistero del dolore crocefisso, io sia nella croce” (Diario, dicembre 1937).

La sua spiritualità oggi è custodita e continuata dall’Opera Familia Christi. Essa è sorta dopo essere stata lungamente pensata sotto la sua ispirazione e la sua guida. Egli ne è stato l’anima e ha dato ad essa, con larghissima generosità, le ricchezze del suo spirito, del suo cuore e della sua intelligenza. Anche in Argentina continuò a seguirla con continua vigilanza, offrendo per essa il  meglio della sua guida, della sua preghiera, della sua sofferenza ed infine la sua stessa vita. L’Opera vive oggi in Roma, dove Monsignor Canovai l’aveva sempre pensata affinché ivi trovasse il suo vero campo di azione, veramente universale perchè veramente romana.

Ascolta il canto del Vexilla Regis